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Ed è poesia...
Prefazione
Marisa e la poesia
un percorso di lettura
Dire qualcosa in un modo diverso, tale da rivelare qualcosa, a noi e agli
altri, sulla realtà. È questa, forse, la poesia. Alcuni di noi, a volte,
sentono questa ineludibile necessità, questo bisogno di dire agli altri
qualcosa, ma non nelle forme del linguaggio comune, troppo usato e
consunto dall’uso quotidiano. Rinnovare, trovare le parole nuove, appena
nate, purificarle dai troppi sensi, sentimenti, o dalla loro essenza, che
da troppo tempo le hanno guastate.
Marisa ha questa esigenza di comunicare e per questo, finora, aveva
affidato le sue parole poetiche ad internet, alla grande Rete che ci mette
in contatto, tutti con tutti. Così una poesia può anche terminare con il
sorriso di chi naviga nella Rete.
Poi Marisa ha sentito l’antico fascino del libro, qualcosa che tutti
abbiamo in noi. Un libro si può toccare, carezzare, assaporare ancor prima
di leggere. Sta nella nostra mano come in un nido, può darci di per sé
emozioni. È un antico strumento al quale è bello affidare quanto è per noi
importante, essenziale.
Cos’è la poesia per Marisa? “Le parole, / quando arrivano, / scivolano da
sole / dentro la mia anima... / danzano leggere, / sulle punte, / un ritmo
lieve…”
La poesia è qualcosa di donato, un potere insito nelle parole che ci
visita e poi si ritira: “Fluide... scivolano... / in una corsa breve, /
poi se ne vanno, / lasciandomi libera / e senza affanno…”
È la parola che si può dire a un bambino incantato: “…il suono delle mie
parole / che arrivano nell'aria / come un eco lontano / che ti prende
piano piano.”
Può essere in un amore adatto a noi che, per noi, diviene: “Dolce grappolo
d'uva / chicco a chicco diviso…”
O un amore più violento improvviso: “Amor mi assale, / me inconsapevole, /
come la notte / d'inverno.”
Poesia che si manifesta sempre insieme a stupore, e per questo è tanto
spesso unita alla notte. Quante notti in queste poesie. Notti che ci
avvolgono con “braccia assenti”, o “come soffice coperta” di silenzio, il
“chiaro silenzio” notturno che si oppone all’amata luce del giorno, che ci
fanno apparire “Vicini momenti di sabbia / che giocano / come scherzi / di
carnevale / fuori tempo…”.
Possiamo, certo, trovarvi un “cielo vuoto”, ma può anche giungere l’angelo
per i nostri desideri in questa “notte buia / accecata dalla luna /bianca
regina”. E su tutto, sempre il silenzio: “Il buio della notte / è avvolto
nel silenzio, / cristalli d'acqua sulle foglie…”
Marisa ha una natura solare, ama la vita, ma in fondo la notte è l’altra
parte dello specchio nel quale s’immerge come Alice, per trovare un mondo
diverso da questo, che pure ama, per trovare la sua regina dal passo
morbido e i suoi gatti: “Gatta dorme / ma gli occhi socchiusi / gira
intorno / e scruta i soprusi. / Tranquilla siede / sopra il divano / e
muove appena / se l’accarezzo piano.”
Qui sono le parole ad affermare la loro forza, con quel socchiusi che
richiama i soprusi, perché se Marisa ama cominciare, farsi comprendere da
tutti, avvertendo l’assoluta necessità di quel dare e ricevere, altre
volte si lascia prendere dal suono della sua stessa frase, dal suo
autonomo ritmo. Allora un Ufo/Regina si conclude con “Io invasore / no /
via / mondo di solitudine e silenzio”, e i pensieri si formano da soli,
quasi si nascondono, come a rivelare le parole segrete di qualche antico
incantesimo:
“… Fugace m'appare / sull'onda del mare / un volo una vela / scompare
riappare / lasciando arrivare / pensieri più chiari. / Rallento il respiro
/ annullo la lotta, / pervade la mente / un'unica flotta / di lenti
pensieri.”
Qui le rime facili, in –are, ripetute, insistite, contribuiscono a darci
quella sensazione ipnotica, vogliono condurci verso mete ignote, dove
pensieri imprevedibili nascano nella nostra mente, giunti da luoghi a noi
estranei e sconosciuti.
È evidente l’interesse per la psicologia, un serio interesse, che traspare
dalle poesie dedicate ai giovani, ai loro tanti problemi “…compresi / e
sospesi / tra uomo e bambino…“. Vi è, in questi versi, un’accettazione di
quel mondo giovanile, dal quale vengono presi in prestito anche i ritmi,
come quello del rap. Altre volte questo interesse diviene tenero, si
rivolge con una piccola favola poetica o con una ninna-nanna, a chi quei
problemi dovrà ancora affrontarli. E naturalmente l’amore, nei suoi mille
volti: “E tu / questo / lo chiameresti amore? / No / amico mio / è quel
che voglio io!”
Un amore che si vuole spogliato da elementi estranei, tutto quello a cui
ci afferriamo per illuderci, perché è “Bello / vederti vestito / solo del
tuo sguardo… “Ma com’è l’amato? Basta chiudere gli occhi e pensare “che tu
sia / quello che ho pensato / che tu sia”, e allora ogni incanto si fa
reale.
L’amato lo portiamo sempre in noi, se lo cerchiamo e lo troviamo, al
termine del viaggio lo ritroveremo nel punto dal quale siamo partiti. È un
antico concetto mistico mediterraneo, della poesia mistica islamica che
Marisa ritrova spontaneamente: “Non piangere / se non mi vedrai più... /
il mio sorriso e la mia allegria / li porti dentro tu!”
In quelle antiche poesie, come in quelle di Marisa, non occorrono molti
elementi materiali per farci afferrare qualcosa della realtà, per darci un
senso di pienezza. Bastano poche cose, la luce del giorno e l’oscurità
della notte, e ad un tratto il senso del reale si dispiega davanti a noi.
Perché si avverte, in queste poesie, la luce del sole mediterraneo, se ci
parla degli aquiloni nel cielo terso di Amman, o del deserto arabo, dove
si può essere soli e interamente, pienamente noi stessi, dove sentiamo di
appartenere a quel paesaggio come un sasso, “come una manciata di terra”.
Anche la metrica si adatta a quella volontà di parlare agli altri, con gli
altri. Il verso libero può assumere, in queste poesie, molteplici toni, ma
sempre avvertiamo, celato anche quando prende il tono del linguaggio di
tutti i giorni, un ritmo sotteso, una tensione, un’attenzione che
definiremmo naturale. Quante volte queste poesie sono state scritte di
getto, senza ripensamenti, frutto di un’improvvisa emozione.
Pure ritroviamo anche come l’eco di una metrica tradizionale, rime,
assonanze, qualcosa che è rimasta nella mente, nel cuore, parte della
nostra cultura mediterranea. Perfino la disposizione tipografica ha un
senso, come lo aveva da Mallarmé ad Apollinaire e ai futuristi italiani.
Le poesie sono centrate nella pagina, ed anche qui è l’uso del computer
che facilita, oggi, questa maggiore libertà. Così il verso, la sua
lunghezza sembra adattarsi a un’esigenza estetica complessa, dove senso,
forma sonora e visiva, sulla pagina, si uniscono a stabilire un proprio
ritmo, a fare poesia.
È questo il modo di esprimersi di Marisa, quello più intimo, più
personale, nella poesia come nella prosa, nel disegno o nella chat con gli
amici. Potremmo dire, ritornando all’antica sapienza, che è questa la
forma della sua anima.
Giacomo E. Carretto
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