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Roberto Venturoni, artista dai molteplici interessi, vive e lavora a Roma. E’ nel 1974 che Roberto apprende i primi segreti della pittura, e subito vi sarà l’occasione per la prima personale nella galleria Sasso Rosso di Grottaferrata. Nel 1978, come per tanti pittori e scrittori tra ‘8 e ‘900, il mondo islamico africano, con la Tunisia, costituirà nuova fonte d’ispirazione. Nel 1978 fa uscire la sua prima cartella di opere grafiche ed entra nel gruppo Elleggi. Nel 1982 comincia a sperimentare la ceramica. Nel 1983 “vive un tandem artistico” con l’amico scultore Franco Alessandrini, e si dedica alla pittura ispirata dal paesaggio umbro. Nel 1985 una nuova passione, l’acquarello, una tecnica a lui congeniale. Nel 1986, insieme all’amico Alessandrini, e ai pittori Poggi e Cucinotta, fonda il gruppo artistico romano il Quadrifoglio. Nello stesso anno riprende a interessarsi dell’incisione, sotto la guida di Nino Palleschi, direttore del Gruppo Four For Art. Il 1991 è l’anno delle opere di grande formato, con colori “armonicamente violenti”. Rifonda con Alessandrini il Quadrifoglio, nel quale vi sono due nuove proposte, la scultrice Cattani e il pittore Caracuzzo. Recente è il suo nuovo interesse, quello per la scultura. Queste date segnano, ognuna, l’inizio, per Roberto, di nuove esperienze, nuove tecniche dalla cui conoscenza, sapienza, muoversi per dire qualcosa che si avverte essenziale, su noi e sul mondo che ci circonda. Da allora Roberto seguirà sempre il suo istinto, con una espressione antica diremmo la forma della sua anima, che lo porta a stringere nuove amicizie, ad allargare il campo delle sue conoscenze, umane e artistiche. Ne sono testimonianza le tante personali, la partecipazione a tante collettive, i premi vinti, le sue opere in collezioni pubbliche e private, gli articoli e le monografie a lui dedicati. Con una mostra, tenuta a Roma nell'ottobre 2007, Roberto Venturoni inizia una nuova fase nella sua attività artistica, perché per la prima volta presenta pitture astratte. Forme eterne dell’animo umano Roberto è un pittore sapiente, raffinato. E’ facile scorgere le sue qualità. Basta osservare una sua incisione, dove ogni linea, ogni ombra porta con sé una sapienza, un’esperienza frutto di un attento studio, un’attenta applicazione che ha educato le doti naturali. Poi Roberto ha scoperto la creta, la terra con la quale, trasformata dal fuoco, l’umanità da secoli, da millenni crea oggetti che sfidano il tempo, e le sue mani hanno ritrovato qualcosa di antico, qualcosa che lasciava da parte ogni conoscenza acquisita, ogni scienza per ritrovare una più antica sapienza. Le sue Madonne, verdi e rosse dei colori della terra, non hanno tempo. Grande Madre o cristiana Maternità, sono forme eterne dell’animo umano. Se l’artista è il signore delle forme, sembra a volte che queste gli vengano date da qualcosa di più alto, gli giungano da fuori, dono non richiesto, a volte ingombrante, doloroso, che può mutare, sconvolgere anche una vita. Il Bambino, fra le braccia di questa Madre senza tempo, si muove, guarda verso il volto di chi lo sostiene, verso di noi, forse vuole parlarci, costringerci perfino a dimenticare, a ricercare qualche dato psicologico, interpretarlo come non vorremmo, lasciando ogni aspetto formale. Perché queste sculture ci obbligano, ambiguamente, a comprenderle anche nella loro umanità, e ci chiediamo, ancora una volta, cosa sia l’arte, quali siano le scorie contingenti che dobbiamo superare, scartare per raggiungerne il senso. Solo quelle forme, eterne, o qualcosa d’altro? I sentimenti, i sensi che diamo alle nostre creazioni, permangono, validi per sempre? Roberto avrebbe potuto darci la sola forma, e ne avremmo sentito ugualmente la forza, giunta a noi da qualche preistoria. Avrebbe avuto lo stesso valore costante? Il cavallo, privo di cavaliere, piantato sulle sue quattro zampe a prendere forza dalla terra, potrebbe parlarci solo con questo simbolo di forza, anche senza l’aspetto naturale. Possiamo rinunciare a vedervi un cavallo, alcuni vorrebbero rinunciare anche ad ogni preoccupazione estetica, e sembra una vecchia accademia. Ma queste sculture non si preoccupano di teorie, estetiche, ideologie, vivono di vita propria, incuranti non hanno paura di richiamarsi a esempi famosi, uno scriba egiziano richiamato dall’uomo seduto con una brocca, un soldato del Faraone. Hanno in sé la propria giustificazione, rifiutano i giudizi. Così i ritratti, i volti, forme pure che, rivelando un’anima, rifiutano ogni psicologismo, forme pure, appunto, ritrovate o donate, estranee alle nostre preoccupazioni, ansie, incertezze. E su tutto, a proteggere tutto, gli amuleti. I grandi volti rotondi, al centro delle formelle, sono maschere azteche, soli di qualche divinità classica, simboli misteriosi posti lì a vegliare, proteggere. Forse attendono, come noi, che le forme eterne tornino a parlare nell’animo umano.
G. E. Carretto
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