Attenti, quando uscite dal Dilas...  

 

Se lo vedete, quando uscite dal Dilas Grau, non lo ascoltate, non lo seguite. Se avete un vero amore, ma quella sera siete soli, non fate come me. Beh, tanto non ho niente da fare, e voi?... vi racconto...

Stava lì, all’uscita, sorrideva come mi conoscesse, quella fu la prima impressione. Era molto tardi, ero solo e, non so come, mi ritrovai a camminare con lui verso l’Alberata. Ci affacciammo sull’oscurità della valle, una falce di luna appariva e spariva tra le nuvole nere. Ricordo tutte le sue parole, quasi sussurrate:

“Nel Dilas, quello dei miei tempi”, accentuò il sorriso, “era la più bella. Mai visto niente di simile, né prima né dopo. Occhi neri, profondi, capelli appena ondulati, come una notte senza luna”, proprio in quel momento la falce di luna scomparve, lasciandoci nell’oscurità, la voce veniva, adesso, dal buio, “capiva ogni mio pensiero, non ci lasciavamo mai, rinunciavo a tutto per lei, non erano rinunce”, si fermò, la luna riapparve.

Come fra me e Maria, pensai, anche se quel giorno era rimasta a casa, senza... una cosa da niente. Lo guardai, ne vedevo, ora, il profilo, netto, quasi inciso, noto e sconosciuto allo stesso tempo. Riprese a sussurrare:

“Poi una sera rimase a casa, disse che si sentiva stanca, andai al.... il Dilas di allora… la rividi la sera dopo, mi disse, quasi con cattiveria, che tutto era finito, non voleva più vedermi, così, senza spiegazioni”, a questo punto la luna avrebbe dovuto nascondersi di nuovo, lasciandoci nell’oscurità, ma il chiarore rimaneva.

 Vi chiedete perché vi abbia raccontato questa storia? Volete una conclusione? Noi umani viviamo esperienze simili, ma sempre diverse. Se lo ascoltate vi convincerà che ogni esperienza ripete quanto è già avvenuto. Vi convincerà che l’amore finisce, che nulla è eterno, che l’illusione è nel desiderio, si spegne appena cercate di realizzarlo. Non gli dovete credere. Non è vero.

In realtà ogni esperienza ha infiniti echi, cerchi che si ripetono, moltiplicano nelle nostre vite, come se gettaste un sasso nell’acqua ferma. Se avete un amore non finirà, il desiderio soddisfatto si prolungherà nel tempo, l’infedeltà non esiste. Basta non seguire il Sussurratore, non ascoltarlo.

Non l’ho più rivisto. Nel salutarmi, quella notte, disse un nome, quasi sussurrato, che non capii, aveva uno strano accento, antiquato, no, antico. Svanì nell’oscurità... ma no, troppo drammatico. Si allontanò nel buio, girò l’angolo dirigendosi verso Porta Romana. Non so perché, pensai che desiderasse raggiungere le tombe etrusche.

Mi chiedete di Maria? Non pensateci, basta non ascoltarlo, si adeguerebbe ad ogni vostra esperienza. E poi gli Etruschi sono superstiziosi e irrazionali, lo dicono gli specialisti. Si fidano del volo degli uccelli, leggono nei fegati, nelle stelle, ma essenzialmente sono, ormai, vecchi, troppo, e tutti i vecchi sono invidiosi dei giovani, di ogni troppo forte desiderio. Non gli credete.

Poesie

 

Ero entrato nel Dilas da solo e subito l’avevo vista.

Seduta con il busto eretto, in fondo al locale dov’è la televisione, era diversa dalle amiche che la circondavano. Il busto sottile, il collo lungo e delicato, i capelli neri, ondulati, corti, incorniciavano il volto d’una bellezza inquieta. Dovevo conoscerla, cercavo le parole adatte, non le trovavo. Mi girava in testa questa frase: “Cerco un buon giro di parole…” Sembrava l’inizio di una poesia.

Il giorno dopo quando entrai nel Dilas, Giancarlo mi offrì un aperitivo e quasi non gli risposi, Leonardo mi salutò, Donatella mi disse qualcosa scherzando, Marco, Rocco e Luciano mi fecero un segno con la mano, Angelo mi chiese… ma pensavo ad altro, cercavo il seguito per quell’inizio di poesia, e lo trovai:

“Cerco un buon giro di parole / per imprigionare il tuo cuore / per avere il tuo amore / in un giro di parole. //

Perché ogni punto è il punto / perché ogni luogo è il luogo, / la trama dei fili intessuti / non è più di un solo filo. // Cerco un buon giro di parole / per incatenare il mio cuore / per dimenticare il tuo amore / in un giro di parole.”

Lessero quei versi, nei quali avevo tracciato l’inizio e la fine di una storia, Giancarlo, Leonardo e, naturalmente, gli altri. Li lesse anche lei perché mi sorrise, poi rise, avrei fatto qualunque cosa per averla… beh, credo di averlo fatto. Da allora al Dilas ci videro sempre insieme. Ero molto geloso, ma lo era anche lei. Mi chiamava sempre con il telefonino, voleva sapere dove fossi, con chi fossi, cosa facessi.

Un giorno mi vide parlare con un’altra e mi diede uno schiaffo, poi ancora uno, le diedi uno schiaffo e si mise a piangere… Dio, quanto ero pentito! Mi sarei messo in ginocchio… beh, mi misi in ginocchio, poi desiderio, liti, inseguimenti, angosce, attese, dubbi, sogni, accuse, sospetti  fughe, passione, abbandoni …

Adesso non vado più al Dilas da solo, e mi metto sempre seduto dall’altra parte, le spalle alla televisione. Questa sera sono con un gruppo di amici, tutti parlano ad alta voce, è difficile capire. Alla nostra destra cinque ragazze festeggiano qualcosa. Ce n’è una dai capelli lunghi, lisci, biondi, il volto d’una bellezza sicura di sé. I versi appaiono nella mia mente da soli:

“La mia vita è uno specchio d’acqua / se ti chini su di me / la mia vita sei tu / o almeno sembra così. // La mia vita è l’acqua del fiume / ogni nuvola sopra di me / mi fa sembrare un altro / forse lo sono.”

Che male c’è a scrivere una poesia, basta tenerla per sé. Certo dovrò farla leggere a Giancarlo, Leonardo, Donatella,  Marco, Rocco, Luciano, Angelo… hanno visto che sto scrivendo e sono sempre così curiosi… ma che pericolo c’è?