Italian diario 2220 A.D.

 

 

september, 2d:

Oggi spiaggia, mattina e già un drink, io guardo mio swatch, presto per weekend, ieri visto educational film fino tardi. OK, no problem, io giovane, oggi surfing, beach-volley,  sole, sex e basta. Io, under 40, giovane professor di contemporanea american fiction e solo studentesse in miei corsi. Femmine solo studiare letteratura, io fra le donne, no possible resistere. No colpa mia. Meglio revival di  rock e disco-music invece di classic fiction.

Io vado  spiaggia, vedo baby, teenager quasi top-model,  con hot-pants e T-shirt, maglietta con scritto: Noi siamo the people beach. Ma come parlano, io penso, “popolo della spiaggia” si dice “beach people”, rovinano l’anglo-american con l’italiano, niente cultur, non sono acculturati, loro non parlare bello italiano come io...  poi ricordo. Piccolo discovery:

in antico vocabulary del 20° century, uno dei miei antichi books, letto che “acculturarsi” vuol dire “perdita di cultura”, ossia prendere nuova, altra cultura al posto di  propria. Negativo senso.

Questo l’inizio, lo start: baby con T-shirt, antico libro e frammento di filologia. Così adesso, prima volta mia vita, scrivo diary, e scrivo  in comune italiano parlato. Nessuno più usare italian,  tutti usare  anglo-american. Miei corsi insegno in english, con colleghi parlo english, scrivo solo english. Italian chi più scrive? Italian  solo in uso volgare e burocratico. Poi io penso.

Ma giovani come parlano? Io professore. Io ho anche antichi books. Io parlare frasi più lunghe. Loro tutto breve, troppo. Poi nessuno scrive, perché non io provare? Decisione, seguito italian diario con stile antico, domani 3 september. Difficile no esempi, no guida, piano piano.

3 settembre:

Colleghi, insegnamento qualche University, Mr. and Mrs. ricordo più, west coast, dimentico spesso, non interest, ma cosa me interessa? Incontrare a stazione, riconosco come? No errori. Visi, vesti USA, alto lui, grosso, mia età, giovane lei, bionda troppo liscia, ordinata. Italo-american origin, tutti due, lontana, sentita.

Sera. Io accolti loro in americano, sembrava fastidio: “Parliamo italiano, avremmo l’ardente desiderio di avventurarci in taluni territori meno noti della vostra regione, ove non corrano le più usuali rotte del turismo, se non v’ha ostacolo di sorta. I nostri ascendenti”, l’uomo guardò la moglie, sorriso, “venivano da qui, da Lazio. Giunsero negli USA inizio 20° secolo, e ora noi abbiamo effettuato l’inverso cammino, per certo mossi non da brame di pura, turistica natura. Avvertiamo come dovere, come dovessimo render loro qualcosa, per quello che loro hanno dato. Obbligo di sangue, ma forse non sono in grado di esplicarmi a sufficienza in una cotale lingua, della quale ho solo conoscenze letterarie e da scarso eloquio”, si rivolse alla moglie, stringendole un braccio lievemente abbronzato, “ci occupammo, ultimamente, di letteratura italiana 19° secolo, e questo è forse cagione del nostro eloquio, un poco letterario? Siamo lontani dall’esser perfetti nel parlare, ma, opiniamo,  dirozzati a sufficienza?”

Naturale, ho ricostruito l’eloquio a casa, con fatica, con aiuto miei libri... forse falso qualcosa in ricordo... ma questo aiuta a scrivere antico. Comunque sbalordito (stranito, forse meglio?), quasi per dire: “Don’t worry”, mi fermai, “parlate benissimo”, risposi, “solo un po’ troppo elaborato, per il gusto d’oggi. Burocrazia tutta inglese, o quasi, lezioni ormai inglese, esami quiz, solo crocette, rapporti gente colta inglese, internet inglese ancora, solo con popolo parliamo italiano... ”, subito interrotto: “Italiano? Itanglese, meglio ingletalian... parlate tutti per tramite di codesto?”

Itanglese-ingletalian, anche neologismi fanno, intanto lui continua: “Ella dianzi fece un accenno al popolo, unico che parla quest’ingletalian. Ma chi è detto popolo? Quali sono gli individui che lo compongono? Ella si comprende nel popolo? E’ parte del potere? Se nei rapporti con il potere è necessario l’inglese, anche quei frammenti rimasti dovranno gradatamente sparire, io suppongo...”

Chi ero io? A chi appartenevo? Domanda metafisica così, a un tratto. Non sapevo che dire. Dovevo dare ragione, ma da tanto questo non è per noi problema. Tuttavia in mie rare sortite dal Campus universitario, ascolto nelle strade frammenti conversazione di cui a volte mi sfugge il senso, per sopravvivenze di antichi dialetti, antico italiano. Così se all’inizio la scelta dell’ingletalian, come loro dicono, era gioco derivato da libri antichi, ora da quelle conversazioni rafforzo mia scelta. Miei più antichi libri sono 20° secolo. Ricorrerò a essi. In dialoghi cerco fedeltà, per quanto permette memoria. Così diario sarà con parole italiane, antiche per quanto mi è possibile, non correggerò. Lascio tutto come nasce, con inevitabili presenze.

Mentre li accompagnavo all’albergo, cercai di non usare ingletalian per quanto a me possibile. Solo paio di volte, ad esempio con “hot news” nel racconto di  pettegolezzo locale, accademico, che poteva divertirli, che divertì, ma fatica molta, spesso non capiscono, devo ripetere. Uso sempre troppo poche parole per loro, pronuncia impossibile per loro. A cena insieme, ma stanchi, cena breve. Parliamo di Università (frasi brevi più facili). Stasera riprendo a leggere miei antichi libri.

4 settembre:

il giorno dopo ci avviamo tardi, la mattina, in alto su verso il Cimino. In basso l’intrico delle autostrade a più piani. Nel 21° secolo sembrava unica forma possibile d’arte, utilitari labirinti della tecnica prima di totale morte di arte... molti ne parlarono, oggi non si parla più. Sembra che oggi solo possibilità di copiare, riprodurre in modo più meno prezioso, costoso, secondo classe sociale cui indirizzare prodotti. La statua greca, romana, egiziana riprodotta a grandezza variante (variabile?) in oro, argento, marmo, argilla, gesso. Così anche pittura, e antichi modelli hanno nuova vita con vari materiali. A casa del rettore ho visto, ultimo ricevimento, che la moglie ha sostituito una parete della sala da pranzo con riproduzione in pietre dure: il Giudizio Universale della Sistina sviluppato in lunghezza invece che in altezza, con abile spostamento dei personaggi. Effetto grandioso. Dove prende tutti questi soldi il nostro rettore?

“Merhaba”, ragazzino biondo corre a fianco del mezzo che ci ha portato lassù sul Cimino, “OK, OK”, guida il nostro parcheggio, benchè vi sia tanto posto da non esservi bisogno di guide, “ahlan wa sahlan”, ci saluta di nuovo quando scendiamo, “guida per voi, cheap per voi”, allontana con una spinta altro ragazzino magro, scuro che si avvicina, “ladri, tutti”, commenta disgustato.

“Turco, arabo, inglese, italiano, in realtà una bella macedonia”, commenta il filologo maschio, al mio sguardo spiega, “marhaban è saluto arabo, ma la pronuncia merhabà è turca e deve venirvi dai Balcani o da Curdi turcofoni, mentre il benvenuto ce l’ha dato in puro arabo, ahlan wa sahlan, poi l’inglese con quel cheap, “a buon mercato”, e l’italiano”, sorride al filologo femmina, “poveretto”, poi si rivolge al ragazzino, che ci guarda dal basso, “mat’am giayed?”

Il ragazzino lo guarda, poi segue lo sguardo che porta fino al grande chalet di legno, “ristorante, amici, cheap, raccomando, io”, batte due volte il palmo della mano aperta sul petto, “come on”, aggiunge, si avvia, sicuro di essere seguito. Seguiamo e il filologo spiega: “Gli ho chiesto in arabo se la cucina è buona. Credetti sapesse realmente qualcosa di cotesta lingua, ma evidentemente avete solo inserito quello che la marea ha portato sulle vostre coste, negli ultimi due secoli”.

La porta di legno grezzo si richiude dietro di noi senza rumore. Sicurezza, comfort, lusso, tecnica, tutto celato in quella semplicità, legno, folclore. La donna dà il bakscìsc al ragazzino, malgrado il mio timido “Allah versin”, acorgendomi di aver usato espressione turca e ripetendo in italiano: “Che sia Dio a donarti”.

Ci sediamo a un tavolo e il filologo aggiunge: “Ancora a tavola”, ride, “da quando ci conoscemmo sempre sedemmo a una qualche conviviale tavola”, carezza la moglie su un braccio.

Levigata, priva d’asperità, pulita, profumata, serena, era il motore immobile, fonte d’ogni moto, origine della forza manifestata tramite il marito che da lei traeva ogni impulso. (Frase, questa, ispirata da quelle presenze e della quale, in realtà, mi sento soddisfatto. Mi accorgo di avere qualche capacità di usare - o nell’usare?- questo antico stile, -o modo? lingua? linguaggio?- Rimane incertezze di vocaboli, rimane incertezza nell’uso di tempi, scegliere il più adatto mi viene difficile.) Mi accorgo che non ha ancora parlato, dalla sera prima. Distolgo lo sguardo dal suo volto, ma la sento: “Le tradizioni sono importanti, per noi, veniamo qui a ricercarle perché le sentiamo parte della nostra essenza, mancanti alla nostra anima”, sobbalzo a quella voce.

Lievemente rauca, sembrava sempre sul punto di immergersi in nuove profondità, raggiungere abissi, oscurità oltre i limiti che poniamo nella (alla?) nostra vita comune. Un sottinteso oscuro, un’ambiguità scendeva su noi da quella bocca perfetta, priva di errori, modellata in qualche nuovo materiale sintetico per produzione industriale di bambole parlanti. Il marito taceva, appoggiato allo schienale della sedia come indumento gettato, svuotato d’ogni potere che quella voce aveva risucchiato, riassorbito nella donna che si rivolge, ora, a me solo, “mi auguro, vi auguro che le vostre anime siano ancora intatte, anche se questo primo impatto con il vostro mondo ci ha lasciato qualche tristezza. Crediamo”, il marito sembrava riacquistare frammenti di vita, partecipe di quel verbo che lo riattirava nell’ambito del potere, “che un luogo, una terra come questa abbia un suo demone”, abissi su abissi spalancavano le loro porte ad accoglierci, guidati da quella voce che annullava ogni luce intorno a noi, “e che ogni abitante di quella terra debba adeguarsi al demone”, s’interrompe un istante, “per mantenere, purché  mantenga la propria anima”. (Confesso che ho corretto a lungo questo passo, rimasto nella memoria ma per il quale occorsero ancora letture nella mia biblioteca, anche un’antica grammatica, e qualche forma ho copiata. Ma sto imparando veloce, come se letture fatte fossero state sufficiente lezione).

Non desideravo domande su mia anima, su dove si trovasse ora, dove fosse stata negli ultimi anni. La voce nuovamente tace, così cerco lo scherzo, “Forse il nostro demone è stanco, da troppo tempo tenta invano di guidarci, ci abbandona per altri territori più propizi”, (non mi espressi proprio così). Il marito riprese del tutto vita, “Non si può essere abbandonati, si può solo tradire. Un antico storico inglese”, non fece il nome, “sentiva la presenza di qualcosa in ogni luogo visitato dalla storia, per scrivere necessitava esservi presente”.

Continua a parlare, dà una patina accademica a quelle parole, antiquate, ma ‘visitato dalla storia...’, penso, ‘dove trovano quelle frasi... la nostra letteratura del 19°secolo,  non la conosco, solo qualche nome... la mia biblioteca non va tanto lontano, e all’Università non ho studiato letteratura italiana... e chi la studia, oggi? Il nostro professore la considerava imbalsamata, antiquata fin dalle origini, chiusa in troppo rigidi schemi. Così solo qualcosa 20° secolo, letture prive di ordine. Avrei dovuto...’, dalla porta silenziosa entrano in gruppo le ragazzine e riappare quella con maglietta: Noi siamo the people beach.

“Ecco”, commenta il marito, “mi accorsi fin dall’inizio che spesso impiegate l’inglese a modo vostro...”, cerco qualche scusa, balbetto qualcosa per quelle accuse, ma seguita, “è questo che forse vi salva. Siete ancora capaci di non subire ciecamente, a volte... non siete immobili, forse...”, lascia quella limitazione, come dubbio sul futuro, alla fine.

Le ragazzine, intanto, sono sedute, poi entra una loro amica e tutti applaudono, si alzano, una strilla: “Facciamo una standing ovation in piedi”. I filologi sorridono dolcemente. Quando uscimmo (ancora dubbi sull’uso - o nell’uso - dei tempi) andammo a vedere la “pietra mennicante”, come diceva la piccola lapide. Pietra tremante, grande masso sul quale bastava salisse bambino, dal tempo di antichi Romani, per farla vibrare, in bilico su piccolo sostegno... una volta. Secoli di turismo hanno consumato il sostegno, resa immobile come noi potremmo essere - diventare?

Riprendemmo la nostra macchina. Ci fermammo a un belvedere. In basso la piccola città, il centro storico incastonato da cinque piani dell’autostrada, come piccolo gioiello, e intorno il verde dei boschi. “Tela di ragno”, riemerse la voce, “strade, asfalto e ferro, vi rinserra, noi sfuggiremo, cerchiamo i punti di resistenza, angoli fra queste strade, oltre le oasi turistiche, dimenticanze ”.

‘Ricordanze’, mi apparve nella memoria un ricordo, relitto, “Vaghe stelle dell’orsa...”, e subito mi fermai, la voce riprese, “io non credea- Tornare ancor per uso a contemplarvi... mai pensato di tornare? Malgrado l’acerbità della rimembranza...”, non compresi, continuò, “ricordare anche le rimembranze che non possiamo possedere, ma che ci appartengono”, continuavo a non capire dove conducesse la voce, quale scopo e se scopi avesse, se parlasse realmente per me, come mi era apparso per un istante, o se quell’oracolo fosse troppo distante, incapace di rivelarmi qualcosa. La sera li accompagnai a Viterbo, nel campus dell’Università dove li abbandonai alla loro ricerca. Andavano in quei piccoli centri prigionieri nella tela di ragno ma che sfuggivano al ragno, la voce disse: “crediamo nella possibilità di andare anche oltre”.

5 settembre: non dormito bene. Forse cibo. Mangiato, bevuto troppo. Quando mi guardo nello specchio, vedo occhiaie, “terribile”, mormorai, tentativo di esorcizzare l’immagine con l’accettazione della realtà, noia, inutilità che da giorni, anni sento. Mentre mi lavavo il viso riflettevo sull’uso di parole inglesi, sul corso in inglese, in inglese i contatti con studentesse, unici contatti in fondo. Tutta la vita si racchiudeva per me nel lavoro, anche il piacere derivava da quello, anche la noia che opprime.

Quali lingue erano entrate nella nostra: inglese, naturale, un poco di francese e lingue dell’Islam, arabo, turco, non credo altre a parte singole presenze a me ignote. Motivi? Non c’erano studi, l’evoluzione era stata guidata? Rifiutato anche di esaminarla. (Oramai rassegnato. Dopo aver scritto, correggo tutto secondo modelli letterari, in fondo vi era una ragione al mio raccogliere libri di quei tempi, tutto comincia da lì. Non so spiegarmi, ancora.)

5 settembre: “Amico Brett Gennaro Oba”, era Lee Asdrubale che mi chiamava, come al solito troppo rumorosamente, voce troppo alta (chiassosa?), colori delle vesti troppo forti (chiassosi?), pelle troppo bianca, “grande capo mandingo”, è l’unico che accenna alla mia lontana origine, in quest’Italia dove si sono sovrapposti popoli (genti? etnie? razze?). La prima volta che mi ha chiamato così, a casa mi sono guardato nello (allo?) specchio. Mi pareva di vedere per la prima volta il mio volto nero, mascella forte, corporatura massiccia, per la prima volta pensavo realmente a quella vecchia storia, l’origine della mia famiglia, in Italia dalla fine 20° secolo. Già, forse per questo in mia biblioteca la prevalenza di libri antichi di quel periodo. Anche questo little discovery, avrei detto all’inizio di questo Italian diario.

“Hi Asdrubale”, lo salutai. Lo scherzo sui nostri incongrui secondi nomi era ormai divenuto un obbligo. Continuammo a scherzare, poi mi ha invitato con lui, da amici ma non avevo voglia. Inventai una scusa. Poi preso la macchina senza meta, ogni meta è ormai una prigione, obbligo non tollerabile di entrare nella tela del ragno, labirinto dove unica guida mi appariva il suono di quella voce nel ricordo, voce che sfuggiva al ragno. Mi sono trovato verso il mare, scrivo mentre la macchina corre sul sistema di guida automatico, in basso grande distesa verde, boschi, il mare solo intuito dal colore del cielo, in fondo. ‘Andare oltre’, lievemente rauca la voce ancora veniva da qualche profondità, ripeteva le ultime parole, rivelava segreti. Dov’è l’Oltre, vi sono ancora segreti?

Dopo 21° secolo, Secolo dei Torbidi, nei sopravvissuti vi era necessità di equilibrio. La ricerca scientifica non dà più continue rivoluzioni alla vita comune, ma solo maggiore sicurezza in quanto già noto. Un risultato quei boschi laggiù, verde riposante, lontano, innocuo, e la mia noia.

Raccontano che dopo le catastrofi, sulle rovine nascevano subito piante, si moltiplicavano insetti, si avvicinavano animali. Basta la più breve assenza di noi umani, per dare spazio ad un brulicare di vita. Nella mia, nelle nostre esistenze tutte cittadine, non pensiamo mai a tutto quel verde laggiù in basso, fra le maglie della rete, non lo viaggiamo (abitiamo? frequentiamo?). Quanti, oggi, pensano questi pensieri in Italia? Pensieri solo per gente di confine, io che adesso avverto le radici lontane, e più forte vorrei radicarmi in questa terra, loro che vengono a cercarle nell’Oltre, guidati da qualche demone?

Lontano è apparsa una striscia splendente (splendida?), che segna il mare. Ho portato con me l’antica antologia posseduta, mai letta, con la poesia trovata ieri di un antico poeta, Carducci, che nel 1879 scriveva sul tratto di costa laggiù, lungo tutto quello splendore:

“Calvi, aggrondati, ricurvi, sí come becchini a la fossa

stan radi alberi in cerchio de la sucida riva.

Stendonsi livide l’acque in linëa lunga che trema

sotto lo squallido cielo per la lugubre macchia.

Bevon le nubi dal mare con pendule trombe, ed il sole

piove sprazzi di riso torbido sovra i poggi...

 

Ed ecco a poco a poco la selva infóscasi orrenda,

la selva, o Dante, d’alberi e di spiriti.

dove tra piante strane tu strane ascoltasti querele,

dove troncasti il pruno ch’era Pier de la Vigna...”

 

Già, l’ormai illeggibile Dante... c’è qualcuno che lo legge (legga?) ancora, a cui il nome dice (dica?) qualcosa? Frammenti di versi nella mia mente... in questa noia qualcosa sembra ancora poter mutare, nello splendore, laggiù... certo Carducci, geloso per l’incontro d’amore mancato, non vedeva splendori, ma io cosa lascio, cosa perdo? Ho deciso.

Ho impostato il computer e la macchina, quietamente, è discesa fino alla più bassa autostrada. Poi ho impostato la fermata, appena possibile, e la macchina mi ha portato a uno slargo, fuori della carreggiata. Vi è silenzio assoluto, nell’abitacolo. In alto le autostrade intrecciano curve, intravedo le ombre della macchine che scivolano regolari, ma qui in basso non c’è nessuno. Si scende solo vicino a una città, per subito entrare.

Ho aperto la portiera. Non c’è più silenzio. Il prato, fino al bosco, è tagliato da ombre che piovono dalle autostrade, da nuvole più in alto. Continua il ronzio, troppo forte, devono essere insetti, api, come un ricordo che non ho. Quest’altro suono, cicale? Paura di questi suoni, indicano un pericolo? Vado verso gli alberi, con il sottobosco troppo fitto. Forse intravedo un sentiero. Scrivo queste parole, ultime? Esco.

................................................................................................
 

Police Department of the Tuscia

2220, september 16th

Report N° 57232

Oggetto: missing of Brett Gennaro Oba, professor, residenza in the Campus of University della Tuscia.

Reperti: macchina con documenda & diary in autostrada in piazzola fra Toscanella  Corneto, 2220, september 10th.

Ipotesi: probably unito to gruppo of asociali.

Disposizione: archiviare.

*  *  *
 

[da Cosseria Galactica 2002, a cura di Flavio Strocchio e Laura Seno, pubblicato dal Comune di Cosseria]