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Vittime
“Ciao Alberto”. Stavo fermo sul portone, quando l’amico mi passò accanto, uscendo, troppo assorto per vedermi. Si voltò e mi fece un sorriso mite: “Che vuoi... l’età...” Alberto, direttore di Banca da un paio d’anni in pensione, aveva un fisico forte, la sua età non la dimostrava. D’altra parte si teneva in forma con lunghe passeggiate, andava perfino in palestra e per me, pigro per natura, questa costanza appariva miracolosa. In quel momento dal portone uscì un uomo basso, grosso, dall’aspetto brutale, con due mani enormi, che apparivano sproporzionate malgrado la mole del proprietario. “E’ nuovo... non saluta mai nessuno”, commentò Alberto, “hai visto la moglie e la figlia?” Non le avevo viste, anche se conoscevo tutti gli altri condòmini. Il nostro era un edificio di cinque piani, con due appartamenti a piano, stretto fra altri palazzi della stessa altezza. Una costruzione primi ‘900, vagamente liberty, un tempo popolare, oggi considerata elegante. “Adesso sei tu a distrarti... l’età?” Avevo la metà degli anni di Alberto, così riuscii a sorridere senza angosce, e ripresi il precedente argomento: “Conosci la moglie...?” “Dell’Orco? Già, lo chiamano così nel condominio... ti senti troppo superiore ai nostri pettegolezzi? Chiedi alla signora Maria... abitano sul mio stesso piano, hanno l’altra metà del terrazzo”. Un tempo sul terrazzo c’erano i locali con le cisterne ma, una volta giunta l’acqua corrente, i due proprietari dell’ultimo piano si erano impossessati del terrazzo, dividendolo tra loro. Un fatto tanto lontano nel tempo da assumere aspetti mitici. Ricordavo che mio padre ne parlava come di un terribile atto di pirateria, ma ormai, scomparsi i contendenti di allora, il tempo aveva steso su tutto il suo velo polveroso. “Allora, la conosci?” Il tono dell’amico mi incuriosiva. Era come avessi colto un’intonazione il cui senso mi sfuggiva. Devo ammettere che sono molto curioso, quando la pigrizia viene sconfitta da qualche stimolo esterno, e Alberto mi aveva sempre incuriosito. La casa dove abitavo era quella lasciatami dai miei, ossia due appartamenti del quarto piano, quello dove abitavano i mie genitori e lo studio da avvocato di mio padre. Troppo grande per me, ma ormai vi ero abituato, e con la casa avevo ereditato l’amicizia per Alberto. Non si era mai sposato, ma una serie ininterrotta di mutevoli compagnie femminili aveva costellato la sua vita. E ogni nuova compagna lo attirava in nuovi ambiti, dove nuove amicizie riempivano il suo tempo, pronte a svanire e ad essere sostituite con le amicizie della sostituta. Ma ora questo perfetto meccanismo sembrava inceppato. Da quasi un anno l’ultima presenza femminile, ormai lontana, non era stata rimpiazzata, e come sempre Alberto aveva abbandonato tutte le amicizie, fatte durante quella convivenza. Beh, insomma, c’ero sempre io, perché la mia famiglia sembrava l’unica costante della sua vita. Ero scapolo anch’io, ma a differenza di lui non avevo mai cercato una compagna stabile, così avevo sempre tempo da dedicare a qualcuna delle mie conoscenze. E durante quell’estate più volte Alberto mi aveva ospitato, con i miei amici, sulla terrazza per qualche cena piacevole. Ma certo il disinteresse assoluto, dimostrato dal nostro ospite verso gli esseri femminili che ci ostinavamo a presentargli, appariva degno di studio. Forse si sentiva, o aveva deciso di essere vecchio? Me lo chiedevo, mentre quella mattina, fermo sul portone, parlavo con lui. “Non la conosco, ma l’ho incontrata sul pianerottolo... lei e la figlia... una bella donna...” “Chi, la figlia?” “Ma no, la madre... è molto più giovane del marito... la figlia avrà diciotto anni, penso...” “Insomma ti piace, la madre dico”, alzò le spalle al mio commento, come fosse un’osservazione priva di senso. Salendo le scale incontrai la signora Maria che scendeva. Alta quasi come me, e io sono alto, aveva una gran massa di capelli neri, tinti, che si adeguavano a quel corpo dal petto e dai fianchi imponenti. Doveva essere stata una bella donna, un tempo, e pensava di esserlo ancora. Guardandola e giudicando la sua vanità, mi sentii colpevolmente cattivo. Da un po’ di tempo avvertivo in me una vena di malignità e mi chiesi se anche questo fosse un segno dell’età, ma scacciai il pensiero. “Caro ragazzo”, si era fermata un gradino sopra al mio e mi guardava, dall’alto, negli occhi, “dica a Alberto di stare attento al suo gatto. Ieri sera mi è entrato in casa e stava per saltare sulla cucina... ma l’ho fatto correre... glielo dica di starci attento”, poi mutando improvvisamente tono, “ma la gioventù non è più quella di una volta. Non le interessano le belle ragazze? Un bel giovane, solo, come lei...” La guardavo con aria interrogativa, e non attendeva altro: “La ragazza dell’ultimo piano... fareste proprio una bella coppia, insieme. Non la conosce? Con quel padre, le serve qualche distrazione. Poverette, lei e la madre”, poi mi batté sulla spalla e scese, ancheggiando vistosamente. Pensai che non lo facesse apposta, ma camminasse in quel modo naturalmente, solo per la sua costituzione fisica. Certo che mia zia, quando aveva vissuto qualche tempo con noi, la chiamava la “nave scuola”. Tornai a casa, mi preparai un caffè in attesa della solita uscita serale, tendendo l’orecchio ai rumori che venivano dal soffitto, ma come sempre negli ultimi mesi Alberto era del tutto silenzioso e la cosa mi innervosiva. Avrei preferito il ticchettare sempre diverso di tacchi, al quale ero abituato. Tornavo a casa per dormire, ma la breve attesa prima di addormentarmi, in quel silenzio, bastava a farmi avvertire la solitudine. Nello studio di mio padre andavo solo per prendere qualche volume dagli scaffali della libreria. Pensai che, forse, ero maturo per una compagna stabile, o per il matrimonio. Quel pensiero, nuovo per me, mi parve una rivelazione. Il giorno dopo incontrai, ancora sul portone, Alberto. Aveva un’espressione stanca, gli occhi arrossati. Pensai che non avesse dormito. Sbadigliò: “Questa notte quasi non ho dormito per niente”. Pensai che di solito si esprimeva meglio, teneva alla correttezza del linguaggio. La curiosità si risvegliò. “Che hai fatto?” “La gatta, stanotte non tornava dai tetti”. La cosa sembrava rientrare nella più assoluta normalità. Ero deluso. Le compagne provvisorie di Alberto gli avevano sempre lasciato gatti stabili. Aveva sempre almeno un gatto, eredità di una ex-compagna o figlio di un’eredità, e poi le eredità a volte si accoppiavano fra loro, e il mio amico era costantemente occupato a trovare qualcuno che adottasse le cucciolate... nidiate, o come si dice. “Stasera vieni a cena da me”, Alberto aveva parlato senza dare un’intonazione interrogativa alla frase, così la presi per un ordine e andai. Eravamo alla fine di settembre e l’aria tiepida rendeva la sera placidamente serena. Tutto era adeguato, mi sembrava, e nulla poteva turbare l’ordine immutabile delle cose. Un ordine piacevole nel quale rientrava la nostra vecchia amicizia. In fondo lo avevo conosciuto quando ero un bambino affascinato dai suoi gatti. Alberto aveva preparato in terrazza. Vi si arrivava tramite una ripida scala di legno che, dal soggiorno, giungeva nei locali che un tempo custodivano i cassoni dell’acqua. La terrazza, che occupava quasi interamente il tetto, era divisa in due solo da un muretto alto circa un metro e mezzo. I locali intersecavano il muretto, divisi all’interno in due parti uguali e Alberto, nella sua parte, aveva installato una piccola cucina supplementare con un forno a legna. Si divertiva a cucinare, era bravissimo con ogni tipo di pizza, ma quella sera si era superato. Aveva preparato un antipasto dove i crostini erano ricoperti dai pâté più fantasiosi, opera dello stesso padrone di casa, poi spaghetti con funghi porcini, un favoloso cinghiale in umido, macedonia di frutta. Ogni portata era accompagnata dal vino adatto. Da parte mia portai un Morellino di Scansano che sapevo molto amato dal padrone di casa, e che andavo a prendere direttamente da un piccolo produttore locale. Come al solito liquori e dolci non mancavano mai, e Alberto era uno specialista dei dolci. Terminata la cena, sorseggiando un bicchierino di grappa, guardavo il cielo stellato, sentendomi disposto ad affrontare ogni problema profondo, dall’immortalità dell’anima alla pluralità delle verità religiose. “Ieri ho dovuto passare il muretto per ritrovare la gatta”. Mi sembrò una frase incongrua, ma cercai di concentrarmi: “Che hai fatto?” Il gatto di Alberto, in questo periodo ne aveva uno solo, era una femmina grigia, con un viso tondo e uno sguardo interrogativo. Di solito mi guardava fisso negli occhi, imbarazzandomi lievemente. Si chiamava Ginestra, come una delle ultime compagne, ma rispondeva al nome di Gina. “Gina non tornava e verso mezzanotte mi sono spaventato. Fa sempre una piccola passeggiata sui tetti, ma torna presto. Ieri niente, così sono salito qui, in terrazza”. Una stella cadente solcò il cielo. Avevo rifiutato subito l’ipotesi che fosse un aereo, un disco volante o qualche altra cosa meccanica. “Appena qui”, l’amico indicava un punto vicino al muretto, “ho sentito il miagolio di Gina: Ho guardato e l’ho vista nell’altra parte del terrazzo, vicino alla porta del locale. Era aperta e Gina stava entrando”. Guardai di nuovo in alto. Le stelle splendevano come l’universo fosse del tutto nuovo, ma non sapevo che dire sull’esistenza di Dio. Guardai di nuovo l’amico. Seduto, con le spalle appoggiate allo schienale della sedia, mi sembrava indifeso, giovane, bisognoso di protezione. Mi sentivo in grado di concedere qualche assoluzione. ‘Quante volte? Figliolo... “, stavo per dirgli. Mi ripresi: “Sei entrato anche tu... “ “Già, sono entrato. C’è una scala di legno, come la mia, ma questa molto malandata L’avevano fatte fare insieme, il precedente proprietario e mio padre”. Attendevo in silenzio il seguito della rivelazione, e venne: “Dall’alto si vede, come da me, un frammento di stanza. Ero al buio, non potevano vedermi. Dal basso una televisione accesa, vedevo la spalliera di un divano. La voce di un uomo, brutale, inveiva verso la moglie e la figlia... sai, in realtà non è sua figlia, ma del primo marito... le due donne rispondevano appena, poverette, e lui continuava a inveire. Affari, gli vanno male... ha un magazzino di vendita all’ingrosso, non so cosa, e gli affari non vanno. Poi ho sentito i colpi, un gemito... non ho visto, ma le picchiava. Non sapevo che fare...” “Che hai fatto?” “Ho preso Gina in braccio, carezzandola sulla testa per farla stare zitta, e me ne sono andato, in silenzio. Ancora me ne vergogno...” Non ero pronto ad affrontare questo genere di problemi filosofici. Troppo concreti, particolari. Sotto il cielo stellato e dopo una buona cena, potevo affrontare solo i grandi temi universali. Tentai di rincuorarlo. Che poteva fare? Chiunque, anch’io, avrebbe agito così. Quando andai a letto, ebbi un sonno agitato. Per qualche giorno non vidi Alberto, poi, era passata quasi una settimana, incontrai sulle scale il generale a riposo del terzo piano, la cinquantenne vedova biondo platino del secondo, le due vecchie “signorine” del piano terra, l’immancabile signora Maria e il signor Clesio, l’ex-portiere ora insostituibile factotum del condominio. La discussione era accesa. “Non possiamo lasciare così le cose”, tuonava il generale a riposo, “questa è una casa civile, quelle povere donne...” “La privaci”, la vedova biondo platino pronunciava così, letteralmente, all’italiana, “non si può violarla, siamo nel terzo millennio...” “Ma che terzo millennio! In questo condominio siamo sempre stati uniti, non come in quei casermoni anonimi... qui ci aiutiamo...”, le due signorine parlavano in coro. “Che possiamo fare? In concreto, dico”, la signora Maria si rivolgeva all’ex-portiere che questa volta non riusciva a risolvere il problema, come faceva per un guasto del televisore, di una serranda o di una serratura. Mi videro e si rivolsero a me: “Che facciamo? Lei che è giovane...”, la signora Maria puntava, aggressivamente, i suoi grandi seni contro il mio petto. Mi sentivo in pericolo. Cercai di balbettare qualcosa e in quel momento scese la ragazza. Aveva morbidi capelli neri che le incorniciavano liberamente il volto. Il corpo flessuoso la faceva sembrare più alta di quanto fosse, e la voce sommessa, con la quale ci augurò il buongiorno, rimase impressa nelle nostre menti (beh, almeno nella mia) anche quando, svanita oltre il portone, di lei ci fu solo una scia di profumo delicato. Stavo per riprendermi, quando apparve la madre. Simile alla figlia, aveva in più qualcosa di maturo, di consapevole che mi lasciò una sensazione di rimpianto, come avessi perso qualcosa, quando anche lei svanì. Anche gli altri sembravano interdetti da quelle visioni, il generale si lisciava i baffi, la vedova biondo platino si era automaticamente riavviata i capelli, e ci lasciammo senza altri commenti. Passarono altri giorni. Era domenica, uscivo per una gita con una comitiva di nuovi amici, nella quale una trentenne divorziata avrebbe potuto farmi dimenticare, se lo avesse voluto, le mie coinquiline dell’ultimo piano. Ero andato nell’ex- studio di mio padre a cercare una guida dei luoghi che dovevamo visitare, quando sentii il ticchettio di tacchi su in alto. Mi diede allegria. Dovrei trasferirmi da questa parte, pensai. Quando scesi le scale, la moglie del generale a riposo mi si parò davanti, sul pianerottolo del terzo piano. Non usciva quasi mai di casa, doveva trattarsi di un caso eccezionale. ”Deve fare qualcosa, dobbiamo, non è ammissibile che due povere donne... “, cercai di spiegare che non sapevo che fare e fuggii, vergognandomi ancora. Quella notte rimasi fuori. La trentenne divorziata voleva farmi dimenticare ogni altra cosa, anche se la descrizione dei suoi problemi psicologici mi creava dubbi sul futuro del nostro rapporto. Rientrando a casa vidi un assembramento. Gente, luci, polizia, auto lampeggianti vicino al nostro portone. Erano tutti in strada, i condomini, in un gruppo rumoroso e agitato. Un’autoambulanza si allontanava nel chiasso assordante della sirena. Chiesi cosa fosse successo, dissero, in coro: “E’ morto!” “Ma chi?” “Lui, l’Orco, è caduto dalla scala che porta in terrazza... quelle poverette, almeno, adesso sono libere”, era il commento impietoso del generale, e vedendo la mia espressione, “è come in guerra, la pietà non serve”, ma non era mai stato in guerra, nella sua carriera placidamente burocratica. Appresi poi che gli inutili soccorsi erano stati chiamati da Alberto che, dalla sua terrazza, si era accorto di qualcosa. Il primo gradino, in alto, della vecchia scala di legno si era rotto e l’uomo era precipitato in basso, urtando il capo e spezzandosi il collo. La moglie e la figlia erano assenti. Si trovavano in una località marina per un breve periodo di riposo e vennero informate dalla polizia. Quando le vedemmo, erano affrante. Passarono giorni, settimane, Alberto lo intravedevo appena, poche volte, sempre troppo indaffarato. Un giorno mi fermò sul portone: ”Mi sposo”, disse. “E con chi?” “Con Antonia... scusa, voglio dire con la mia vicina.. sai, adesso che è rimasta vedova, le serve qualcuno che si occupi dei suoi affari”, ero troppo stupito per fare o pensare commenti. D’altronde tutto il condominio attendeva, stupito. Il matrimonio si era svolto in forma strettamente privata, ma poi la nuova coppia volle invitarci, tutti, a una cena nella grande terrazza, ormai riunita. Quella sera mi presentai con i regali di prammatica, e vidi che nel muretto era stato aperto un ampio passaggio, a dimostrare l’avvenuta unione. Fu una sera piacevole, era tutto dimenticato, malgrado fossimo vicini al luogo della tragedia. Alberto, dopo la lunghissima cena, mi prese per un braccio e ci appartammo. Mi raccontò che il defunto aveva un magazzino di stoffe all’ingrosso i cui affari andavano male, ma aveva anche altre proprietà, case e terreni che, però, non sapeva gestire. Per fortuna adesso lui, Alberto, stava salvando e rivalutando tutto l’ingente patrimonio. Quel “per fortuna” mi aveva fatto uno strano effetto. Il giorno dopo, sul portone, incontrai lo studente di medicina che abitava nell’appartamento al terzo piano, di fronte al generale a riposo: “Bella serata, ieri, vero? Ma quel poveraccio... ”, mi disse. “Quale poveraccio?” “L’Orco... per come dovevano trattarlo, mi sa che è meglio così”. “Chi trattava chi?” “Ma quel poveraccio. Una volta è venuto da me, per farsi medicare. Non voleva ricorrere a un medico, non voleva fare uno scandalo, metterle in difficoltà, malgrado tutto. Lo picchiavano, la moglie e la figliastra, lo dominavano, lo umiliavano in continuazione dicendogli che era vecchio e non sapeva guadagnare abbastanza per due donne come loro”.- “Ma come fai...?” “Notizie di chat”, poi mi spiegò, “quasi ogni sera uso i messenger. Mi collego su internet, parlo con gente di tutto il mondo, faccio nuove amicizie. Vi sono sempre svolgimenti imprevedibili. E’ elettrizzante, una vera, continua avventura. Una sera ho parlato con un uomo disperato... beh, di solito parlo con ragazze, ma non solo... poi quella sera era impossibile non ascoltarlo. Solo più tardi ho scoperto che abitava nel mio stesso palazzo, quando siamo diventati amici e ci siamo scambiati nomi e indirizzi. Internet era il suo unico svago, e pensa che doveva usarlo di nascosto, quando le due donne dormivano, quando non erano in casa, perché lo tiranneggiavano in tutto”. “Non hai detto niente...?” “A chi, e poi cosa? E’ caduto, pace all’anima sua, poveretto... mi sa, però, che Alberto...”. non aggiunse altro. Ero preoccupato, ma quello stesso giorno incontrai Alberto. Dimostrava dieci anni di meno. Aveva un vestito di ottimo taglio e mi parlò, con entusiasmo, degli investimenti fatti con il patrimonio della moglie, dei buoni affari avviati, grazie alle conoscenze. Mi salutò allegramente, disse che era quasi sempre in viaggio per affari. Una sera andai a cena in un piccolo locale scoperto da poco. Erano con me Clara, l’amica divorziata trentenne, e Alberto. Moglie e figliastra erano momentaneamente assenti. Il mio amico rimase affascinato. I problemi psicologici di Clara lo interessavano enormemente, era evidente che lo eccitavano, almeno quanto mi deprimevano. Quando ci lasciammo, la stretta di mano e i baci sulle guance, fra i due, mi apparvero eccessivamente calorosi e prolungati. Erano passati giorni nei quali Clara aveva dimostrato sempre meglio tutti i suoi problemi, così quella sera ero solo in casa. Sentii, attraverso il soffitto, i passi pesanti subito svaniti. Forse mi ero sbagliato, Alberto non lo vedevo da tempo. Dopo un paio d’ore sentii un chiasso scomposto venire dalla strada. Mi affacciai, vi era un assembramento, grida, non capivo. Scesi in strada. I condomini erano già riuniti in un gruppo vociante. Mi avvicinai, chiesi spiegazioni: “Sono morte, cadute”, le due signorine indicavano in alto il terrazzo. Intanto arrivavano le macchine della polizia con le luci lampeggianti, un’ ambulanza, una piccola folla di curiosi. Apprendemmo poi che la madre doveva essere salita su una sedia, per aggiustare un rampicante vicino al parapetto. Era caduta e la figlia, nel tentativo di salvarla, era stata trascinata con lei. Alberto non era presente. Si trovava, per affari, in un’altra città. Quando tornò, era affranto. Il tempo passò, Alberto vendette tutte le sue proprietà, anche quelle ereditate dalla moglie, e un giorno, davanti al portone, mi diede il suo nuovo indirizzo.Si trasferiva in sud America, in Brasile. Poi arrossì. Lo guardai meravigliato: “Sai, parto con Clara... “ La cosa mi fece, incongruamente, ridere. Poi gli chiesi scusa, augurai a tutti e due ogni felicità: “Verrai a trovarci, devi farlo, prometti”, naturalmente promisi. Vendetti i mie due appartamenti e comprai quello lasciato vuoto da Alberto. Avevo sempre invidiato il suo terrazzo. Anche l’appartamento vicino era venduto, avevo intravisto una bionda, giovane, dallo sguardo morbido e interrogativo come quello di Gina. Incontrai anche il marito, aveva uno sguardo cattivo, doveva essere un coglione, mi dissi. Proprio Gina avevo ereditato insieme all’appartamento e insieme alle ansie di Alberto, quando la gatta non tornava dai tetti. Una sera salii in terrazza, la vidi allontanarsi verso il palazzo adiacente. La seguii. Scavalcai i muretti di due terrazzi, passai un breve tratto di tetto, fortunatamente quasi privo di pendenza, e mi ritrovai vicino a un abbaino socchiuso nel quale Gina entrò. Si apriva facilmente, entrai anch’io, scesi una ripida scaletta di ferro, trovai Gina e la presi in braccio, scesi le scale dell’edificio e mi ritrovai in strada. Nessuno mi aveva visto, stavano ristrutturando l’edificio, vuoto come un guscio vuoto. Rientrai in casa carezzando la testa della gatta perché stesse buona. Stavo per andare a letto, ma mi fermai. Presi di nuovo in braccio la gatta e salii in terrazza. Posai la gatta sul muretto, nel quale il varco era stato richiuso. Gina seguì la via già conosciuta, saltò dal muretto nel terrazzo dei vicini, entrò nella porta socchiusa del locale coperto. Entrai anch’io, presi in braccio la gatta carezzandole la testa, era buio ma, in fondo alla nuova scala di legno, c’era la luce accesa... lo stesso profumo avvertito al passaggio della bionda. Si udivano due voci concitate, un uomo e una donna...
Pericolo, dite? Non è
così tutta la nostra vita, ma con pericoli più comuni, più inutili, più
noiosi?
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